I “sinkhole” del litorale leccese: abitazioni edificate anche sulle doline naturali

"L'uomo ha accelerato i processi erosivi con decisioni scriteriate. E anche il tema delle concessioni per gli stabilimenti non può che risentire di quelle scelte“

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I “sinkhole” del litorale leccese: abitazioni edificate anche sulle doline naturali

LECCE – A differenza del resto del litorale pugliese, quello leccese ha una caratteristica peculiare, lo sprofondamento naturale del terreno con la creazione di vere e proprie doline: il fenomeno in termini tecnici viene definito “sinkhole”.

Questo spiega perché in alcune marine del capoluogo  si verificano allagamenti continui che creano disagi e lamentele. Talvolta sono gli stessi residenti, che magari su queste porzioni di terreno cedevole hanno costruito abitazioni e pertinenze, a prendere di petto la situazione, ma con soluzioni avventate e controproducenti: sventrando cordoni dunali, si illudono di aprire varchi verso il mare ottenendo però il risultato contrario, cioè l’immissione di ulteriore quantità di acqua in seguito alle mareggiate e accelerando i processi erosivi.

La costa leccese, costituita dalla spiaggia, da un cordone di dune e da zone paludose, è rimasta praticamente identica fino agli anni sessanta del secolo scorso quando, sempre più velocemente, sono iniziati gli insediamenti che, senza controlli né veri strumenti di pianificazione, hanno indebolito la resilienza del litorale rispetto al naturale fenomeno dell’erosione costiera, accentuando quelle conseguenze che oggi creano molta preoccupazione e che, inevitabilmente, investono un settore importante nell’economia del territorio, l’industria balneare.

In commissione Urbanistica, questa mattina, è proseguito con una intensa esposizione del geologo Stefano Margiotta il percorso di avvicinamento al piano comunale delle coste che tanto allarme sta creando, complice anche un certo sensazionalismo, fra i titolari di concessioni demaniali (28 sono quelle al momento in essere) spaventati dall’ipotesi di “declassamento” di alcuni stabilimenti in spiagge libere attrezzate: da una parte l’obiettivo dell’amministrazione di Palazzo Carafa è quello di migliorare l’accessibilità dei cittadini alle spiagge pubbliche, perché non tutti possono permettersi i costi non trascurabili di una giornata in uno stabilimento ma anche perché intanto la natura ha fatto il suo corso, dall’altra c’è comunque la volontà di garantire alle imprese spazi adeguati per le proprie attività, anche con l’acquisizione al demanio di aree che al momento non ne fanno parte, come ha assicurato l’assessore Rita Miglietta.

Margiotta, come fattore tranquillizzante, ha rimarcato anche il fatto che, nell’ottica di una sana gestione del litorale leccese, gli stabilimenti possono anzi diventare alleati dell’amministrazione facendosi carico, in quanto titolari di concessione, di un monitoraggio costante: la linea di costa, infatti, si sposta ogni anno e questo dinamismo può essere anche un fattore positivo per adeguare e spostare le strutture in seguito alle mutevoli condizioni naturali.

Il tema che scotta politicamente: le concessioni

Quello delle concessioni è un tema molto dibattuto e sentito in un Paese come l’Italia dove la lobby dei balneari ha un peso notevole (sono circa 23mila i concessionari): l’Unione Europa ha stabilito già nel 2006 l’azzeramento delle concessioni in essere e l’indizione di gare pubbliche per garantire la libera concorrenza e la possibilità per tutti di poter esercitare un’attività di impresa che di fatto è gestita come in regime di proprietà privata.

L’Italia non si è mai adeguata e già per due volte ha stabilito una proroga, prima al 2012 e poi al 2020. Intanto al governo uscente era stato assegnato il compito di un riordino della materia, ma la relativa legge è stata approvata solo dalla Camera prima della fine della legislatura. La senatrice Stefania Pezzopane, del Pd aveva intanto proposto, a novembre un emendamento al decreto fiscale collegato alla finanziaria (il tipico calderone da fine legislatura con cui si tende a concedere tutto a tutti) nel quale si stabilisce che ai titolari di concessione al 31 dicembre del 2009 viene concesso un periodo “transitorio” da trenta a cinquanta anni per “permettere alle parti di sciogliere i rispettivi rapporti contrattuali a condizioni accettabili”.

La questione è stata posta da un intervento del consigliere di maggioranza Antonio Rotundo, del Pd, che ha rimarcato la delicatezza del quadro normativo attuale, con parole subito rilanciate da Gaetano Messuti, esponente di minoranza alla presenza di Mauro Della Valle, presidente di Federbalneari. Il piano comunale delle coste, proprio in quanto stumento pianficatorio, investe direttamente interessi privati e, a giudicare dalle avvisaglie di oggi, per l’amministrazione i passaggi da fare saranno molto delicati.