Omicidio Capocelli: Era in atto una controversia per il controllo del territorio

I retroscena sul delitto contenuti nell’ordinanza eseguita con l’operazione “Tornado”: per vendetta il gruppo voleva far saltare in aria l’abitazione dei familiari dell’assassino Simone Paiano

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Emerge in maniera chiara come l’omicidio di Mattia Capocelli sia avvenuto nell’ambito di una controversia in atto per il controllo del territorio che Simone Paiano, da poco uscito dal carcere, evidentemente intendeva mettere in dubbio”, lo scrive il gip Sergio Tosi a pagina 18 dell’ordinanza di custodia cautela eseguita questa mattina con l’operazione “Tornado”. Che dietro alla morte del 28enne magliese ci fossero contrasti legati soprattutto alla gestione del mercato della droga è stata la pista seguita dagli inquirenti all’indomani del delitto e le intercettazioni ambientali e telefoniche avrebbero sciolto ogni dubbio, anche in merito all’esistenza di un clan mafioso.

L’incontro, avvenuto intorno all’una dello scorso 25 aprile, in via don Luigi Sturzo, a Maglie, finito nel sangue si inserisce in questo contesto. All’appuntamento avrebbero preso parte alcuni dei “ragazzi di Padreterno” – dal soprannome dato a Giuseppe D’Amato, ritenuto a capo dell’organizzazione insieme al figlio Francesco – tra cui la stessa vittima, Salvatore Maraschio, Marco Cananiello e Andrea Marsella.

Paiano, dopo il suo arresto, al giudice riferì di aver esploso un colpo di pistola perché aggredito con un coltello e un machete. E proprio a quest’ultima arma che Francesco Amato fa riferimento in un colloquio con Cananiello: “Vedete di portarmi il machete che devo farlo sparire hai capito, caso mai lo vanno a trovare e gli danno qualcosa!”.

La perdita di Capocelli (che oggi sarebbe stato arrestato) avrebbe minato l’autorevolezza del clan. Per questo sempre Francesco Amato avrebbe deciso di piazzare un ordigno davanti all’abitazione dei familiari di Paiano che per proprio per precauzione avevano lasciato per qualche giorno la cittadina, rivolgendosi così ai suoi uomini: “Ragazzi ho detto il portone di casa!!!! Ragazzi non bisogna tardare, tu oggi fai la notte allora domani, non più tardi di domani e che devo fare ragazzi!!!!… Si, si…allora fate tremare Maglie con quella cosa.. Fatela tremare… Buono, buono! Buono devo far tremare Maglie!… Cosa ci ha fatto passare questa merda di Simone (Paiano)… No cosa deve passare lui, che deve passare lui, lo strappo con le mani, non un colpo veloce per farlo morire, no, no, no, a parte che gli taglio le mani (…) Dobbiamo fare tanto danno, danno su danno dobbiamo fare a questi pezzi di merda…”.

La presenza di un’auto “sospetta” nei pressi dell’abitazione presa di mira avrebbe fatto sfumare il colpo e l’ordigno, dal peso complessivo superiore ai due chilogrammi (per il quale erano state utilizzate la polvere di 30 grossi petardi e una bombola di gas), fu nascosto in via Salvatore Portaluri, dove lo trovarono i carabinieri.

Valutando le intercettazioni, il gip ritiene che la reazione del gruppo costituisca indice inequivoco della pericolosità e del carattere mafioso della organizzazione che “ferita per l’omicidio di un suo aderente e ancor di più per le affermazioni di Simone Paiano, non riconoscente l’autorità del clan Amato sul territorio, si organizza per vendicare platealmente l’affronto subito in modo da rinsaldare la propria forza di intimidazione”.

“In tale ottica va anche interpretata la spettacolarizzazione del funerale di Capocelli trasformato da momento di lutto e riflessione in esibizione della potenza del gruppo mediante l’uso di fuochi d’artificio ed attestati vari di cordoglio”, conclude il giudice.