Ieri l’anniversario per la strage di Capaci. Manifestazione a Calimera in ricordo di Antonio Montinaro

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TEca a CAlimera

Tutta l’Italia ha ricordato ieri la strage di Capaci. Un giorno di commozione come ogni 23 maggio. Una grande cerimonia per ricordare le vittime dell’attentato si è svolta a Calimera, città di origine di uno dei tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, scomparso insieme al giudice Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo nella strage. Presente all’evento anche il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il viceministro degli Interni Filippo Bubbico.

In migliaia hanno gremito la piazza, con i gonfaloni di tutti i Comuni della Grecìa Salentina, uniti per ricordare e per vedere la “Quarto Savona 15”, l’autovettura blindata della scorta distrutta dall’esplosione e conservata presso il museo della Polizia di Stato, in viaggio itinerante per tutta la Puglia.

“Ho visto tante volte quell’auto in Tv ma vederla dal vivo mi crea un gran senso di colpa, per il solo fatto di essere qui a guardarla e di essere sopravissuti. Perché ci si chiede: abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare, sia nella vita che nel servizio? Perché è successa a loro una cosa così? E cerchiamo di soffocare quel senso di colpa nel vedere la verità della Quarto Savona 15, affinché diventi la forza di fare il nostro dovere ogni giorno”.

Si esprime così Emiliano parlando dal palco, ricordando anche alcuni momenti del suo rapporto con il giudice Giovanni Falcone. “La prima volta che incontrai  la scorta di Falcone – ha detto – fu a Palermo. Fui introdotto nel suo ufficio che per ovvie ragioni era al buio. Mi accorsi di quel nugolo di ragazzi – oggi se potessi chiederei a Antonio, Rocco e a Vito se quel giorno fossero stati lì – che mi osservavano e che cercavano di capire chi fossi”.

“Falcone – ha aggiunto – era, e lo è ancora, uno degli esempi della mia vita e che ha ispirato tutto il mio percorso. E oggi, potendolo, chiederei ancora a quei ragazzi se fossero anche presenti al funerale di Rosario Livatino, a Canicattì, quando eravamo riuniti per stabilire come quel funerale dovesse svolgersi. Ci chiamavano “giudici ragazzini”, e tra noi c’era il grande orgoglio di trovarsi lì, magistrati italiani in Sicilia, dove c’era più bisogno. Stasera sono qui e se mai dovessimo incontrarci con quei ragazzi della scorta, ho già fatto la lista delle domande che vorrei rivolgere loro e che me li fanno sentire fratelli e sorelle”.

“Sono felice e orgoglioso – ha concluso – di aver incontrato queste persone e di aver  fatto con loro un breve tratto di strada”.