Codice antimafia, Flick: «Legge inutile e dannosa»

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Codice antimafia, Flick: «Legge inutile e dannosa»

«Già dopo Tangentopoli era emersa, venticinque anni, fa la necessità di prevenire, e non soltanto di reprimere la corruzione. Ma il tema è stato ignorato per molti anni. Ci si è limitati al contrario a sopprimere i reati sentinella, che erano una delle forme di prevenzione più efficaci. Poi, da cinque anni abbiamo invece imboccato la strada della prevenzione in una modalità che è a mio avviso profondamente sbagliata, perché più della sostanza privilegia l’apparenza»: Giovanni Maria Flick, giurista di fama internazionale e presidente emerito della Consulta, fu il primo guardasigilli che negli anni Novanta si pose il problema di «uscire da Tangentopoli». Non nasconde oggi la sua contrarietà di fronte al codice antimafia approvato ieri dalla Camera: «In primo luogo – spiega – perché mette esattamente sullo stesso piano la corruzione e la criminalità organizzata, che sono due cose profondamente diverse, sebbene spesso si sommino e si aiutino l’una con l’altra. Sono diverse perché nel caso della criminalità organizzata c’è una componente di violenza, mentre nel caso della corruzione è implicato un consenso illecito, bacato, tra chi ha il potere e chi compra per avere la gestione del potere»

E poi?
«Poi stiamo imboccando la strada del sospetto, perché usiamo la confisca e il sequestro come strumenti di prevenzione a tutto campo, in una situazione in cui c’è il sospetto che la persona viva di reati o abbia commesso un reato. Ma la cosa ancora più problematica è che aggiungiamo un’ennesima forma di confisca in un panorama già sufficientemente confuso, in cui abbiamo già molte forme di ablazione del profitto: la confisca del profitto come misura di sicurezza, la confisca per equivalente, la confisca nei confronti degli eredi. Già ora disponiamo insomma di una serie di strumenti che consentono di azzerare il vantaggio derivante dall’attività di corruzione. Aggiungere un ulteriore profilo di confisca è quanto mai inopportuno: penso ad esempio alla confusione che si è creata in seguito alla decisione della Procura di Genova di sequestrare e confiscare i proventi della Lega per la truffa ai danni dello Stato, per la quale sono stati condannati i vertici del partito. Una situazione in cui ci si è domandati se la decisione non urtasse con i principi che tutelano l’attività politica. Ciò dimostra, una volta di più, che l’introduzione di certi meccanismi automatici senza coordinamento crea molti più danni di quanti vantaggi possa apportare».

Insomma una legge che cede al clima giustizialista, figlio dei tempi?
«È la perplessità diffusa tra molti, per non dire tra tutti. Si va avanti così perché si ritiene che il forte allarme sociale richieda uno strumento per tranquillizzare l’opinione pubblica».

Le misure di prevenzione rappresentano di fatto un unicum in Europa. Sono figlie di un diritto cosiddetto del doppio binario, un diritto autoritario adottato dopo l’Unità d’Italia dalla destra storica per debellare i briganti, usato dai governi di fine Ottocento contro i primi sindacalisti e i movimenti operai, fatto proprio dal Fascismo contro i dissidenti, e sopravvissuto fino ai giorni nostri, nonostante la Carta costituzionale non ne facesse menzione, con l’intento, chiaro nei lavori preparatori, di abrogarlo per sempree. Condivide questa lettura?
«La Carta è sul tema molto cauta, e ribadisce il principio di presunzione di innocenza e quindi la necessità di una condanna definitiva a cui segue la pena. Non dice nulla a proposito della prevenzione, ma evidentemente essa va calata in un clima in cui ci deve essere rispetto per la posizione dell’indagato e per il diritto di proprietà, ribadito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Il nostro Paese ha infatti ignorato la censura della Corte di giustizia europea, che pochi mesi fa ha esortato l’Italia a ridurre il perimetro delle fattispecie di reato per le quali possano scattare le misure di prevenzione in ragione della pericolosità sociale, un principio ritenuto dai magistrati europei sin troppo generico.
«Temo difatti che continuare a perpetuare l’equivoco che porta all’assimilazione tra criminalità organizzata e corruzione finisca per mandare in corto circuito i rapporti con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma oltre ad aver invitato l’Italia a circoscrivere la genericità del principio di pericolosità sociale, la Cedu ha limitato l’impiego di confisca e sequestro soltanto a fattispecie di reati della criminalità organizzata. Far passare il principio che la corruzione è l’altra faccia della mafia contribuisce largamente ad accrescere la confusione che caratterizza le misure di prevenzione e la loro applicazione».

A turbare è peraltro il fatto che misure di prevenzione così pervasive spostano l’afflittività della sanzione penale alla fase preliminare, in assenza di giudicato.
«Il punto è un altro. Stiamo spostando il tiro: dalla repressione che lo Stato non è in grado di fare alla prevenzione. Da un lato chiediamo ai soggetti privati di fare prevenzione sotto minaccia di una pena (penso ai modelli di comportamento e alla compliance del decreto legislativo 231 del 2000); dall’altra moltiplichiamo gli adempimenti burocratici previsti per la pubblica amministrazione. Un’aspettativa illusoria, quella di supporre che chi deve impiegare il tempo a riempire moduli non trovi poi quello per corrompere. Si tratta insomma di forme di prevenzione che rischiano di diventare soprattutto, se non soltanto, apparenza. A ciò si aggiunge che stiamo sostituendo una repressione che si dimostra inefficace con una prevenzione che inevitabilmente finisce per essere fondata soltanto sul sospetto».

È incostituzionale il fatto che sulla base del sospetto siano mortificati i diritti della difesa, dal momento che il contraddittorio tra le parti è negato dalle misure di prevenzione?
«È fuori di dubbio che nell’ambito delle misure di prevenzione il principio di legalità è fortemente attenuato. Ed è molto attenuato anche il diritto di difesa».

Come spiega il fatto che un governo di centrosinistra abbia imboccato con la riforma della giustizia prima, e con il nuovo Codice antimafia poi, una deriva securitaria, che resuscita i fantasmi di un diritto illiberale e autoritario?
«La spiegazione è esemplificata dal famigerato reato di clandestinità, che dovrebbe colpire i migranti che si sono introdotti in modo illecito nel territorio dello Stato. È un reato inutile, il cui tentativo di repressione è inefficace e non fa altro che far perdere tempo ai tribunali. La magistratura e la classe politica riconoscono che è inutile, ma non viene abolito perché la gente non capirebbe. Ho paura che la confisca fondata sul sospetto sia stata messa a punto soltanto per lanciare un segnale all’opinione pubblica».

Ha destato molto stupore, in questo senso, anche l’estensione delle misure di prevenzione allo stalking. Si tratta di un crimine odioso da condannare con forza, ma che cosa c’entra con l’illecito arricchimento e il sequestro dei beni?
«Non posso che ribadirlo: si tenta di rispondere alla domanda di tranquillità sociale con rimedi che all’apparenza soddisfano l’opinione pubblica, ma che in realtà sono assolutamente risibili. Si usano le leggi come messaggi sociali da lanciare ai cittadini, a prescindere dalla loro efficacia e dai loro aspetti più problematici».

Tra sequestri e confische sono finora finite sotto chiave qualcosa come 18mila aziende, per un patrimonio stimato di circa 21 miliardi di euro, spesso mal gestito. Non si rischia così di mettere nelle mani della magistratura, oltre che i destini della politica, anche quelli dell’economia?
«Escludo che il Codice possa essere stato scritto con queste intenzioni, ma è nota a tutti la situazione di contrasto tra economia e giustizia, quella che definirei un’invasione di campo della giustizia nell’ambito economico. Ma nei fatti il legislatore persegue una logica più semplice: usare il pugno di ferro a parole nei confronti di chi non è in grado di difendersi, per dimostrare che la sua azione legislativa serva a qualcosa».

Il nuovo Codice arriva peraltro dopo una riforma della Giustizia approvata con voto di fiducia, che conteneva anch’essa misure ispirate a un certo populismo penale, come la dilatazione dei tempi della prescrizione.
«Si è parlato con eccessivo ottimismo di una riforma epocale. Ma di fatto la legge sul processo penale si è limitata a toccare due punti essenziali: l’ennesimo dibattito sulle intercettazioni, di cui si discute da venti anni senza trovare una linea ragionevole di intervento, e poi l’allungamento della prescrizione e il suo ancoraggio all’aumento edittale. Un problema questo che non può essere affrontato con un aumento smisurato delle pene».

Su queste colonne giuristi molto autorevoli hanno esposto una censura unanime: il nuovo Codice antimafia è ritenuto inutile, controproducente e anticostituzionale. Una posizione che anche lei condivide?
«Inutile lo è senz’altro, perché già oggi disponiamo di molti strumenti per privare del profitto il corruttore o il corrotto. E di certo è controproducente, perché non fa altro che aggiungere confusione a confusione. Sull’incostituzionalità preferisco non pronunciarmi. Dato il mio ruolo passato nella Consulta, sarebbe inopportuno anticipare giudizi. Ma voglio lanciare anche un allarme su un altro fenomeno: la dilatazione del concetto di corruzione, anche rispetto a comportamenti di mala amministazione colposa, che però sono, giuridicamente parlando, altra cosa. L’enfasi con cui i media portano avanti questa denuncia è preoccupante e contribuisce a confondere nella coscienza civile il diritto con l’etica. Ma c’è anche un altro rischio: che la corruzione venga combattuta solo in quanto fattore anti-concorrenziale per eliminare i concorrenti, soprattutto a livello di contrasto alla corruzione internazionale. Questo rischia di diventare il diritto dei potenti».