Morì dopo cure invasive per un cancro inesistente: condanna definitiva

La Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato dall'oncologo all'epoca in servizio al "Sambiasi". La paziente, di Guagnano, aveva un angioma scambiato per carcinoma

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L’accusa ha retto fino all’ultimo gradino della scala processuale. L’oncologo Dario Muci, all’epoca dei fatti in servizio presso l’ospedale “Sambiasi” di Nardò, avrebbe scambiato un innocuo angioma gigante, per un carcinoma al fegato, sottoponendo una paziente a cure talmente invasive da provocare con ogni probabilità una serie di effetti collaterali di tale gravità da indurre la morte.

Condannato anche in appello a due anni, con pena sospesa, per omicidio colposo, ora i giudici della quarta sezione della Corte di cassazione hanno ritenuto inammissibile il ricorso presentato per conto del medico dal suo avvocato, Giuseppe Bonsegna. Le motivazione saranno depositate nei prossimi giorni, ma l’effetto è evidente: la sentenza, ora, diventa definitiva.

Il caso denunciato dalla famiglia

Al centro della vicenda, una donna di Guagnano, Bruna Perrone, che si spense nel giugno del 2008 a soli 59 anni. Nel settembre scorso la Corte d’appello di Lecce accolse la richiesta del sostituto procuratore generale Claudio Oliva, che invocò la conferma della condanna di primo grado emessa nel luglio del 2015. Nel processo erano costituite come parti civili i parenti stretti della donna, rappresentati dagli avvocati Rocco Vincenti e Stefano Prontera.

L’oncologo è rimasto nel tempo l’unico imputato nel procedimento. Altri tre medici finitio davanti ai giudici sono usciti strada facendo. Assoltii, poiché non ritenuti responsabili di quanto avvenuto alla donna di Guagnano, il cui caso fu portato alla luce dai due legali della famiglia dopo che nel luglio del 2004 le fu diagnosticato un cancro al fegato, senza analisi approfondite. Fu sottoposta a chemioterapia fino all’aprile del 2007. Solo allora un altro medico, eseguendo una nuova Tac, si accorse che quello ritenuto un carcinoma era un angioma (forma tumorale benigna).

Bombardata di terapie fino alla morte

La conferma definitiva, grazie ad altri due esami radiologici, arrivò nel settembre 2007. Poco dopo, però, alla paziente fu diagnosticata una “citopenia del sangue periferico”. L’affezione sarebbe stata causata proprio dal trattamento chemioterapico, stando anche a quanto evidenziato dalle perizie. La donna fu sottoposta a un trapianto del midollo, come ultimo, disperato e inutile tentativo di scongiurare la morte. In primo grado il sostituto procuratore Stefania Mininni aveva chiesto una condanna a tre anni. Il giudice monocratico Marcello Rizzo ne inflisse due, confermati in appello dalla corte presieduta da Nicola Lariccia