Nuovo allarme a Burgesi, le analisi choc dell’Arpa: «Nell’acqua ci sono veleni»

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L’acqua di falda è inquinata. L’acqua sotterranea, che scorre sotto gli alberi d’ulivo, sotto gli orti dei contadini del basso Salento. L’acqua che fluisce a 25 metri sotto il livello del suolo è contaminata da veleni industriali. Precisamente, da policlorobifenili (Pcb), inquinanti ambientali utilizzati in gran quantità negli anni Trenta come componenti di fluidi dielettrici e la cui produzione è stata poi dismessa fra gli anni Settanta e Novanta, quando si scoprì che queste sostanze sono fortemente tossiche e cancerogene.

In uno degli undici campioni d’acqua prelevati e analizzati dall’Arpa di Taranto intorno alla discarica di Burgesi, ma su un terreno esterno di proprietà comunale, i tecnici hanno certificato la presenza di una concentrazione di policlorobifenili quasi quattro volte superiore a quella massima consentita dalla legge. Queste diossine, in realtà, sono presenti in tutti e undici i campioni prelevati, ma solo in uno di essi il risultato ha superato la soglia stabilita come limite invalicabile dal Codice dell’Ambiente.

I dati, i freddi numeri, non hanno bisogno di commenti. Nel pozzo numero quattro, che si trova vicino a una cava, ai piedi della discarica, e che sugge l’acqua a 25 metri di profondità, l’Arpa ha verificato la presenza di una quantità di Pcb pari a 0,0373 microgrammi per litro, cioè circa quattro volte superiore al limite massimo consentito dalla legge, equivalente a 0,01 microgrammi per litro. In questo campione di acqua, dall’aspetto torbido – precisano i tecnici dell’Agenzia nel referto finale – sono stati ritrovati anche altri inquinanti oltre soglia, come l’argento, il ferro e il nichel.
Ma sono i policlorobifenili – bollati dall’Istituto superiore di Sanità come cancerogeni che provocano tumori al fegato, alla pelle e poi disordini del sistema nervoso, immunitario ed endocrino – a rivelarsi minimo comun denominatore dell’acqua della zona. Sono ovunque, in tutti i campioni. A dimostrare come, per decenni, terra e campagne siano servite a seppellire di tutto, gli scarti delle industrie, locali e di mezza Italia, e la coscienza di chi, per un pugno di euro, non si è fatto scrupolo di inquinare terra e acqua.

Nei pozzi uno, tre, cinque e sei, tutti di proprietà privata ed immediatamente fuori la discarica di Burgesi, l’Arpa ha verificato la presenza di 0,002 microgrammi per litro di Pcb (pozzo 1); di 0,002 (pozzo 3); 0,0026 e 0,0010 (pozzi 5 e 6). Ancora. Nel pozzo numero uno, due, tre e poi nel pozzo A e B, tutti all’interno del perimetro della discarica dismessa, gestita dalla Monteco a partire dagli anni Novanta, sono stati rinvenuti rispettivamente 0,001177 microgrammi per litro d’acqua; 0,001496; 0,005216; 0,001343; 0,001613. Per nessuno di questi campioni è stato quindi superato il limite massimo previsto di 0,01 microgrammi per litro. Ma i Pcb ci sono. E questa evidenza, insieme all’allarme lanciato dalla Procura lo scorso novembre, basterebbero a suggerire indagini più approfondite e, soprattutto, più celeri in tutta la zona, dentro e fuori la discarica.

Sull’inquinamento doloso di quell’area, in particolare, ci sono già stati inchieste e processi che hanno portato a condanne definitive e alla bonifica dei fusti di Pcb gettati nelle campagne. Ma le rivelazioni fatte un anno e mezzo fa ai carabinieri del Nucleo investigativo e del Noe dall’imprenditore pregiudicato Gianluigi Rosafio hanno spinto la Procura ad aprire un nuovo filone di indagini. Rosafio ha infatti riferito di aver tombato dentro la discarica di Burgesi, cioè fra i rifiuti solidi urbani, ben 600 fusti di Pcb. I pm Angela Rotondano ed Elsa Valeria Mignone hanno poi dovuto chiedere l’archiviazione dell’inchiesta perché i fatti denunciati sono stati in parte già giudicati e, in parte, sono andati prescritti. Ma hanno lanciato l’allarme, chiedendo a ministero, Regione e Comune di Ugento di procedere alla bonifica per «l’elevato rischio ambientale», derivante dalla presunta presenza di inquinanti industriali in una normale discarica. Per saggi e controlli, il ministero dell’Ambiente ha stanziato un milione di euro. Denaro, questo, che due mesi fa la Regione ha inopinatamente “trasferito” su altre emergenze, relative alle probabili contaminazioni del bacino del Pertusillo. Oggi i dati delle analisi Arpa a Burgesi, già sulla scrivania del presidente Michele Emiliano, dicono che il Salento non può più aspettare.